

Critiche e recensioni
La pittura di figura è stata estromessa, specialmente in Italia, dalle dinamiche del contemporaneo, ma non è morta. Ne è un esempio, l'opera di Carmine Antonucci che dipinge splendide donne colte nell'atto della propria intimità, quando gli elementi del sogno non sono ancora svaniti, ed evanescenti ci restano quelle sensa-zioni. C'è infatti, nei suoi lavori una forte connessione con il Surrealismo e dunque con la dimensione onirica, dal punto di vista pittorico con il surrealismo pop di John Currin; quadri in cui le inquadrature e i tagli sono inediti e spaesanti, pur senza mai arrivare ai vertici grotteschi per esempio di un Robusti, e i capelli che diventano pesci vera cifra stilistica di un artista ormai riconoscibile. Nelle mani ossute e nella nudità quasi lunare della pelle c'è però un forte richiamo a qualcosa di non risolto che emerge dalle profondità del subconscio, qualcosa che inquieta l'osservatore o lo rende ancora più partecipe dell'opera.
Testo critico di Angelo Crespi
Dal catalogo
“80 proposte d’investimento per il collezionista”
A cura di Angelo Crespi
La figura è immersa nello spazio della mente. Al di fuori di essa i capelli nuotano come alghe di un mondo ma-rino, uterino, tramutandosi persino in pesci, simbolo cristologico di fertilità. Sono i pensieri più profondi e intimi che prendono forma allorquando chiudiamo il nostro sguardo alla realtà per aprirlo alla coscienza: il ruolo delle mani passa cosi dal piano d'azione materiale a quello subliminale.
Testo critico di Vittorio Sgarbi
Dal catalogo
“Porto franco. Artisti sdoganati da Vittorio Sgarbi”.
Dopo anni di ricerca, Carmíne Antonucci sembra aver trovato un proprio stile e una propria poetica, abbandonando ogni forma di inutile lirismo, in precedenza spesso esibito in modo eccessivo, per concentrarsi invece su forme più fredde e oggettive di realtà. In questo senso, proprio nella "nuova oggettività" devono ricercarsi le radici della Antonucci, il cui vero nome è Carmela, artista figurativa dotata di un'ottima tecnica e di grande senso estetico e coloristico: si pensi a un campione della Neue Sachlichkeit come Otto Dix e al suo "Ritratto dell'avvocato
Hugo Simons" del 1925, in cui predominano in primo piano le mani ossute del committente, quadro che certamente è un punto di riferimento e confronto per gli ultimi lavori della pittrice italiana.
Le donne scapigliate della Antonucci, le cui chiome si trasformano magicamente in colorate carpe koi, si caratterizzano, infatti, proprio per le mani che si allungano verso lo spettatore e che diventano l'elemento portante della composi-zione, il punto focale che attrae il resto.
Nonostante il realismo, su tutto aleggia un sentimento di sospensione e di sogno tipico del surrea-lismo: le figure sono colte in pose di abbandono, oppure di frenetica messa in scena, su sfondi piatti e geometrici che ne fortificano la solitaria presenza/as-
senza.
Testo critico di Angelo Crespi
Dall’ Annuario Internazionale d’Arte contemporanea “Artisti ‘23”
Nella pittura della Antonucci, l’evoluzione tecnica e stilistica è proceduta di pari passo con l’esplorazione di un’ossessione tematica incoercibile: prima ancora che l’osservatore possa “leggere” l’opera, dall’opera egli si sente letto come da uno scanner, in un corto-circuito emotivo che nasce, presumibilmente, da sedimenti psichici rimossi che vengono riattivati, e che hanno a che fare con rimozioni infantili altrimenti inattingibili. A fungere da scandaglio, da interfaccia, sono due occhi fanciulleschi onnipresenti che, sovradimensionati, sporgono dalla tela, perentori e innocenti, enigmatici e assertivi, minacciosi ed invitanti. Come in un antico oracolo, ciascuno può vedere riflesso in quello sguardo la propria essenza più intima e riposta. Ed è in questa profonda ed ambigua capacità di rispecchiamento che risiede l’aspetto seducente e, insieme, perturbante della prassi di rovesciamento delle dinamiche tradizionali di fruizione dell’immagine che l’artista tarantina va mettendo in campo già da anni, in maniera seriale e quasi autocompulsiva.
Testo critico a cura di Emiliano D'Angelo (Critico d'arte MAGMA)
"La relazione di Carmine Antonucci con l'arte è accattivante e insostenibile al contempo, una relazione estrema dai contenuti forti e strazianti, nata non dalla necessità assoluta della pittura ma in risposta ad un richiamo irresistibile della realtà, legata all'urgenza di una mano che si muove sulla tela per costruire il narrato di una vicenda. Ci piace immaginarla così Carmine legata e costretta dalla necessità del narrare pittorico. A noi piace riconoscerla nella densità dell'arte e nello sguardo dei suoi personaggi capaci di sondare tenebre che il giudizio comune vorrebbe asservire con soffocante stupidità.Sospese, immobili, in attesa dell'assalto le "bambine" di questa artista d'anima e passione, ci guardano dai loro occhi troppo grandi, messaggeri di un eterno ritardo, l'incontro con la memoria rimossa. Il male è un gatto che gioca con il topo, le "bimbe" sanno che il male è in attesa, anche loro attendono, la ronda notturna del male in agguato nel silenzio della notte."
Testo critico a cura di Rosanna Gesualdo.
Carmine Antonucci é una pittrice che vive a Sava (Ta).
L'Artista ama ritrarre le sue bambine/bambole da una prospettiva nuova; la ripresa, quasi sempre dall'alto, rende diretto e forte lo sguardo delle sue creature apparentemente ingenue ma dall'animo "colpevole". La sua pittura corposa offre ai suoi soggetti dipinti tenerezza e determinazione.
Nell'arte di Carmine l'aria diventa chiassosa di silenzi, il tempo si ferma e lo spazio si restringe davanti immensi occhi.
L'artista ha voglia di chiudere in sé stessa tutta la passione verso l'ignoto.
Testo critico a cura di Benedetta Spagnuolo
" Carmine Antonucci indaga l'universo infantile, ma attraverso una pittura che predilige la sovrapposizione di patine pittoriche che si dissolvono nello spazio reale e immaginario del supporto. Le sue bambine sono scrutate dall'alto, sicuramente da un adulto, che ne presagisce, mediante lo scandaglio dei tratti somatici e dello sguardo, la loro condizione interiore. Spesso malinconiche e infantili con quello sguardo abissale e perso in chissà quali pensieri, traspirano dagli occhi drammatiche storie di serenità violata.
Così questi ritratti irrompono improvvisamente nella stretta attualità della cronaca. O forse sarebbe meglio asserire, senza indugio, che è da lì che provengono i volti e gli esili corpi di queste bambine?"
Testo critico a cura di Lorenzo Madaro
Come vi sembrerebbe il giorno, se una mattina il sole illuminasse il mondo non con la sua luce bianca, ma attraverso un infinito spettro di colori?
Immaginate miliardi di tinte cangianti sul volto di un padre, sulle foglie di un salice piangente secolare, sulle strade asfaltate percorse da persone multicolori.
Nata nel sud più sud del mondo, Torricella, cresciuta nel sud ancora più sud del mondo, Lecce, dove si laurea presso l’Accademia Delle Belle Arti nella scuola di pittura del Prof. Luigi Spanò. Carmine sboccia come un fiore tra le magre radure di questa pianura. Il bianco delle tele si arrende di fronte ai suoi colori, perchè lei non teme la possibilità, la scelta, anzi facendola propria crea le espressioni, partendo dalla loro fine.
Visionaria, come poche, è la sua visione della vita. Attraverso un percorso inverso, che inizia proprio dove finisce il mondo creato, completo e definitivo, comprendendo analiticamente le ragioni che hanno condotto ad esso, la pittrice stampa sulle sue tele la lunga biografia del genere umano.
Dopo un periodo di allontanamento dalla pratica della pittura, durato circa due anni, l'artista torna a scoprire le sue espressioni, con gli stessi occhi blu, cangianti solo nelle forme, muovendo verso i toni caldi e una tecnica sempre più evoluta.
Quando si crea un'opera come la sua, il progetto è chiaro. Un percorso, come tanti nella vita, forse quello vero, dotato di coscienza e di innocenza, mutevole nei toni e nelle sfumature quasi impercettibili di tele grandi, come il pensiero che accompagna ogni istante di crescita delle sue pitture. Lo sviluppo di una tela passa per ogni fase, dalla storia, la sua personale, alla ragione universale, per raggiungerne un'altra di storia, la tua.
Soltanto adesso e in questo caso si tratta di crescita umana e artistica. Partendo dall'emozione, qualsiasi, purché sua, Carmine consacra la volontà, la ragione inconscia che abbraccia la ragione voluta, fino a rendere schiava l'emozione, sodomizzandola, e, in un circolo, che non ha più la forma circolare, ma a spirale, attraverso indefiniti filtri, far nascere l'idea. Lungi dalle pazzie infelicemente ricercate di venerati estri artistici, lei ama la chiarezza mentale, la presa elettrica diretta che accende la mente, senza sacre chiamate o profane illuminazioni.
Esiste poi un'altra fase delle sue creazioni, non ultima, dal momento che le spirali, come le sue opere oltrepassano le chiusure, quella che attiene alla ricezione e cioè alla vera finalità di ogni forma o colore, di ogni parola o immagine. In questa fase, la tela con i suoi occhi, le mani e i contesti infiniti diventa uno specchio attraverso cui guardare, attraverso cui guardarsi fino in fondo all'anima e comprendere che quegli occhi non sono poi così lontani dai nostri, quelle mani non più dissimili dalle mie e i legami e i contesti, che racconta, sempre più vicini ai ricordi di ciascuna vita, che ha voluto sfidarsi, inoltrandosi nei soggetti e nelle tecniche di Carmine Antonucci.
Il fine ultimo è comprendere che tutto ha un senso, niente nasce per un fortuito caso.
Se il mezzo è strumento attraverso cui diffondere informazione e sapere, da una pagina ad uno schermo, da una istantanea alla tela, il meccanismo di trasmissione è automatico. Questo accade, perchè è diretto dalla volontà di conoscere le cose, le emozioni, fino a penetrarle e scardinarle. Le cose possono essere spiegate solo dopo averle conosciute, amate e superate.
Espressionismo e surrealismo, scrittura automatica e precisionismo. Ad ognuno la sua critica sulle visioni di Carmine, quella che mi riguarda comprende la filosofia dell'oltre, del paradosso vivo, il senso ultimo dell'esistenza, l'amore. L'amore che brucia, incandescente e concreto, in ogni scatola toracica, dove non batte solo un cuore, dove è concesso ad ogni mente, ad ogni organo di un corpo, a tutti i corpi di un mondo, di trovare la propria salda dimora.
Sodalizi e rotture di spazi senza tempo e di tempi senza spazio divenuti finalmente accessibili a chi sa vedere le unioni e le separazioni della propria anima.
Carmine Antonucci è un'artista, nata donna, e per questo sa che dovrà lottare più a lungo e più duramente dell'altro emisfero umano. Abita nel sud più sud del mondo e per questo sa che dovrà gridare forte contro l'indifferenza passiva. Nonostante ciò, Carmine continua a dipingere, perchè in fondo, sa che anche in questo posto esiste qualcuno che vorrà ascoltare i suoi silenzi, che sanno urlare senza stordire, che hanno le tinte calde e le prospettive profonde, i profumi nobili e le voci delicate dei suoi capolavori.
Testo critico a cura di Elisa Mauro (Scrittrice)